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Immaginare il futuro

Innovazione – Creatività – Crescita Immaginare il futuro

Immaginare il futuro
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Abbracciare la modernità, dare potere alle idee, liberare le energie di tutti.

L’innovazione è una sfida fondamentale per il nostro Paese e per tutta l’Europa, che in alcune aree come l’intelligenza artificiale – che avranno un impatto sempre più grande su tutti gli aspetti delle nostre vite – sta restando pericolosamente indietro rispetto a Cina e Stati Uniti. L’Europa deve investire e deve farlo con coraggio per poter stare al passo della concorrenza internazionale, sempre più agguerrita nelle fasce tecnologiche presidiate dalle aziende europee. Si tratta di investimenti che richiedono una scala che solo la dimensione paneuropea può garantire, e che l’Europa può finanziare senza mettere a rischio la propria stabilità fiscale e finanziaria.

In tutto questo, il nostro Paese ha università e centri che fanno tanta ricerca con pochissimi fondi, ha bravissimi ricercatori che spesso vedono riconosciuto il proprio talento solo all’estero, creativi e imprenditori visionari che stentano a trovare i capitali perché questi restano troppo spesso immobilizzati e col tempo si trasformano in rendite. Un Paese che ha difficoltà a costruire sul valore e l’intraprendenza di queste persone e a produrre l’innovazione che serve: quella che migliora la vita delle persone, crea ricchezza e lavoro di qualità.

Sono finiti gli anni delle ricette facili per stimolare l’innovazione, sia essa a livello di distretto, regione, o Italia nel suo complesso. I grandi investimenti in cattedrali nel deserto e isolati progetti di eccellenza raramente funzionano, soprattutto se scollegati da bisogni reali e competenze, e spesso si traducono in grossi sprechi di denaro pubblico, che si perde in rivoli clientelari o in passaggi burocratici invece che diventare investimento nelle persone e nelle comunità. Nonostante poche importanti eccezioni, le aziende italiane continuano a investire poco in innovazione e quelle straniere sono scoraggiate dallo stabilirsi in Italia a causa dell’incertezza delle normative, delle lungaggini burocratiche e dell’inefficienza della pubblica amministrazione. Noi pensiamo che per stimolare l’innovazione serva agire a propria volta da innovatori, cercando di generare circoli virtuosi: ipotesi, esperimenti, correzioni di rotta e una volta trovate formule efficaci, lanciarle su scala più ampia. Avendo l’umiltà di imparare dagli altri Paesi e dai nostri stessi errori, e l’intelligenza di adattarsi alle realtà concrete, perché stimolare l’innovazione a Sondrio o Avellino è diverso che farlo a Napoli o Milano. E perché per crescere abbiamo bisogno dell’energia di un Paese intero.

Senza rinunciare a visioni ambiziose, paneuropee e di lungo periodo, occorre contestualmente creare le condizioni per sviluppare degli ecosistemi, locali ma ben connessi, in cui per fare innovazione si innescano circoli virtuosi tra ricercatori, imprenditori, territori, capitali. L’obiettivo ultimo è la crescita della produttività e dunque dei salari, l’aumento del lavoro di qualità e all’altezza delle aspettative dei giovani, la creazione di maggiori e migliori opportunità per tutti, il miglioramento della qualità della vita e la risposta a problemi sociali attraverso l’innovazione.

  1. BENESSERE

    Il benessere diffuso è possibile

    Il più bel risultato del miracolo italiano è stato un modello di benessere diffuso tra le tante province italiane, in cui l’innovazione nasceva da un patrimonio comune di “creatività” e “saper fare” che, nel Dopoguerra, era sufficiente a rendere l’Italia competitiva. Nel momento in cui innovare richiede investimenti ingenti in ricerca e tecnologie, competenze sempre più avanzate e la possibilità di essere connessi con il resto del mondo, è inevitabile che si concentrino le risorse umane e finanziarie per la ricerca tecnologica più avanzata in pochi grandi centri dell’innovazione, capaci di competere su scala globale. Si acuisce però il rischio che l’Italia finisca sempre più divisa tra valli dell’innovazione e valli desertificate, tra luoghi di benessere e luoghi di povertà estrema.

    Per mitigare questo rischio concreto e invertire il trend di spopolamento di intere parti del Paese occorre partire dai bisogni dei cittadini e dalle filiere e specializzazioni di ogni territorio. Queste vanno ammodernate lavorando insieme agli amministratori e alle forze economiche locali e, attraverso la formazione e un uso intelligente delle nuove tecnologie. Serve far crescere chi già lavora sul territorio e può aggregarsi in ecosistemi locali di innovazione, al servizio della propria comunità, del Paese e di tutta l’Europa. Serve metterli in rete con i grandi centri universitari e di ricerca nazionali. L’Italia non tornerà a crescere se non grazie a una ripresa delle sue centodieci province, da Bolzano a Siracusa. In ciascuna di esse sarà fondamentale il ruolo propulsore delle città, che devono essere cerniera tra le grandi metropoli epicentro dell’innovazione globale e i territori. Le città devono creare spazi per ricerca e sperimentazione e diventare leve territoriali per aggregare i giovani e gli innovatori e permettere loro di sentirsi nuovamente protagonisti di un futuro da disegnare per una società migliore.

  2. DA GRANDE VOGLIO FARE LA FARFALLA

    Imparare tutti ad affrontare il domani

    Il mondo sta cambiando ad una velocità tale da mettere in discussione il futuro dei lavoratori di oggi e di domani, per i quali è difficile sapere quali saranno i lavori disponibili. Alcuni lavori diventeranno superflui e nuovi se ne creeranno, ma è impossibile prevedere il risultato finale di questo processo. Preparare i giovani – e prepararci tutti – al futuro vuol dire anzitutto pensare all’istruzione che ci serve per creare cittadini e lavoratori pronti al mondo di domani, rendendo sempre di più scuola e università degli acceleratori di partecipazione nella società e di cittadinanza attiva.

    Vuol dire fornire competenze trasversali che permettano di interagire in maniera complementare in un mondo sempre più digitale e automatizzato. Tutti dovranno acquisire le competenze digitali che costituiranno l’alfabetizzazione del futuro, come ad esempio la programmazione e la gestione dati, oggi appannaggio quasi esclusivo della formazione tecnico-scientifica. Dovremo mettere molta attenzione per colmare il divario tra donne e uomini oggi esistente su queste competenze, incoraggiando sempre più le ragazze a seguire dei percorsi di studio in ingegneria, informatica, matematica e nelle altre scienze dure. Allo stesso tempo, in un’epoca in cui il sapere è accessibile con un click, a fare la differenza saranno sempre di più la capacità di imparare continuamente e di adattarsi, la curiosità, la creatività, il pensiero critico, l’intelligenza emotiva, l’empatia e le altre competenze sociali, che si coltivano sia con le “vecchie” discipline umanistiche sia con la spinta a produrre nuova arte e cultura. Tutto questo a sua volta dovrà arricchire i corsi di studio in scienze dure.

    A differenza delle vecchie, molte nuove tecnologie possono essere più inclusive e permettere di non lasciare indietro le generazioni precedenti, e partire dai lavoratori più anziani o quelli ormai in pensione che vanno affiancati perché continuino a formarsi ed aggiornarsi per restare nel mercato del lavoro o siano comunque attivi nella società, senza disperdere quindi l’enorme patrimonio umano e professionale che rappresentano.

  3. MIGLIORI AMICHE

    Per un nuovo rapporto tra università e impresa

    Occorre ripensare in maniera radicale il modo in cui università e imprese interagiscono, dandogli una continuità e dei contenuti tali da generare circoli virtuosi di sviluppo. Le università italiane producono spesso conoscenza che pochi vogliono o sanno trasformare in innovazione e in soluzioni, prodotti commerciali e modelli di business vincenti. Nonostante il continuo richiamo al contributo dell’università alla società (cd. “terza missione”), i percorsi di carriera di ricercatori e professori guardano quasi esclusivamente alla produttività scientifica e sono ancora troppo penalizzanti per coloro che fanno esperienze imprenditoriali o in azienda.

    Vanno inoltre dati incentivi più forti alle università affinché investano in ricerca e brevetti e attraggano finanziamenti privati. In primo luogo la normativa sulla titolarità della proprietà intellettuale finanziata con fondi pubblici andrebbe rivista e semplificata, prendendo spunto dagli esempi virtuosi a livello internazionale: ai ricercatori andrebbe riconosciuto il diritto morale all’invenzione, lasciando lo sfruttamento economico alle università e centri di ricerca. Andrebbe inoltre creato un meccanismo di incentivo forte per le università che moltiplichi i fondi conferiti dalle aziende per ogni progetto di ricerca e faciliti collaborazioni di tipo continuativo. Possiamo rafforzare all’interno delle università i ruoli di coordinamento con le imprese e i territori, al fine di aumentare le opportunità di collaborazione e allargarle sempre più anche oltre il campo della ricerca. Nella didattica, per esempio, è possibile puntare su progetti specifici di sperimentazione svolti con le aziende in aggiunta alle lezioni più tradizionali.

  4. CREO DUNQUE SONO

    Iniziativa individuale e libertà economiche

    L’iniziativa individuale è il primo motore del’innovazione e della crescita. Per poter innovare, l’individuo deve essere messo nelle condizioni di rischiare, fallire e ricominciare, con la certezza di non essere penalizzati quando non si ha successo.

    Su questo dobbiamo cominciare dalla scuola, dove si deve insegnare che fallire e ricominciare è normale e anzi arricchisce l’individuo di esperienza e insegnamenti che saranno utili nel corso della vita. Bisogna creare una cultura dell’innovazione e dell’imprenditorialità in un paese in cui alcuni sembrano aver nostalgia di un passato assistenzialista e il “mettersi in proprio” è spesso stato visto come un modo per “tirare avanti”. Le scuole dovrebbero dare agli studenti l’opportunità di immaginare progetti propri e ambiziosi, programmarli e realizzarli facendo fronte al bisogno di trovare le risorse necessarie, rispondere ai bisogni delle persone, fare squadra e coinvolgere altri interlocutori. La scoperta del “mondo là fuori” durante gli anni della scuola, utile anche in termini di orientamento e di sviluppo di una consapevolezza diffusa sull’importanza di imparare a scegliere, proponiamo di chiamarla alternanza scuola-cittadinanza.

    L’iniziativa dell’individuo può non bastare tuttavia se non vengono garantite le libertà economiche che permettono alle initiative migliori di crescere e consolidarsi. Promuovere queste libertà economiche vuol dire soprattutto limitare le ingerenza dello Stato (che troppo spesso si traducono poi in ingerenze della politica) su larghe fette dell’economia, specialmente a livello locale. Ma vuol dire anche assicurarsi che i processi di liberalizzazione e privatizzazione non creino nuovi oligopoli e posizioni di rendita, come troppo spesso è avvenuto in Italia in passato.

  5. È DAVVERO UN’IMPRESA!

    Creare aziende moderne per un lavoro di qualità

    Competenze manageriali e forme di governance moderne nelle imprese sono fondamentali per innovare e crescere. Le imprese italiane sono in molti casi guidate con approcci “del secolo passato”, e non più adeguati al mondo di oggi.

    Gli imprenditori e i manager più illuminati se ne sono resi conto e stanno mettendo in atto correttivi efficaci, ma bisogna allargarli a fasce più ampie di imprese. Molto si può e si deve inoltre fare per aiutare i prossimi cambi generazionali, per assicurare la tenuta di lungo periodo delle imprese stesse e per favorire la nascita di nuove aziende capaci di competere da subito su mercati globali. È necessario pensare a modelli di governance che accompagnino le aziende italiane verso una separazione più moderna tra proprietà e management aziendale, che a sua volta faciliti l’ingresso di investitori esterni per irrobustire la solidità finanziaria delle aziende, permettere dunque investimenti significativi in innovazione e facilitare un’aggregazione tra imprese che le renda più competitive sui mercati globali.

    Solo in questo modo le aziende italiane sapranno offrire opportunità reali di crescita e carriera a tutti, sulla base dei loro meriti e competenze. Misure specifiche devono essere introdotte per sostenere le donne – in termini anziitutto di parità salariale e di leadership femminile, consapevoli che abbiamo ancora troppe poche donne alla guida di imprese italiane. Le aziende devono infire creare ambienti di lavoro inclusivi nei confronti di tutte le diversità, che portano contributi e punti di vista nuovi che arricchiscono il lavoro delle imprese e le spingono ad adottare soluzioni più creative e innovative.

  6. FIGLI SARETE ORGOGLIOSI DI NOI

    La crescita di domani

    L’Europa deve tornare a investire per crescere, e per crescere in maniera sostenibile. Insieme, i Paesi europei avrebbero un potenziale di investimento enorme e – anche in attesa di un vero budget europeo – la Banca Europea degli Investimenti potrebbe emettere obbligazioni per raccogliere a un costo irrisorio risorse da mettere a disposizione dell’economia reale, dell’innovazione e della cultura. Con un’economia da 15 mila miliardi di euro, all’Unione Europea – presa nel suo insieme – basterebbe una piccola frazione di PIL per mettere in campo risorse ingenti. Vogliamo che l’Europa lanci un maxi-piano di finanziamento per la riconversione ecologica e industriale della propria economia, la ricerca in tecnologie verdi, gli investimenti nella cultura e nelle infrastrutture. Gli investimenti pubblici dovranno attivare altrettanti investimenti privati, anche attraverso forme di partenariato pubblico-privato.

    In Italia, saranno fondamentali anche per colmare il divario di infrastrutture tra Nord e Sud, migliorare servizi e qualità della vita nelle città, mettere in sicurezza il Paese contro i rischi dovuti a calamità naturali e dissesto idrogeologico. Gli investimenti in infrastrutture e sicurezza del territorio sono fondamentali per garantire collegamenti fluidi e velocizzare così i processi innovativi attraverso lo scambio tra persone, idee e cose.

  7. SENZA PIÙ PARETI

    Digitale e intelligenza artificiale a misura di nonni

    Il completamento del mercato unico digitale permetterà alle imprese europee, start up e non, di crescere nei settori del futuro. È importante che si eliminino le barriere rimanenti alla vendita di servizi o alla localizzazione di aziende e professionisti in qualunque Paese; si investa in connettività e infrastrutture europee anche rimuovendo le limitazioni al flusso dei dati; si creino le condizioni perché tutti i cittadini dell’Unione possano accedere agli stessi servizi e prodotti digitali indipendentemente da dove vivono. Questo beneficerà soprattutto i consumatori che vivono nelle aree più remote dell’Unione e che potranno avere accesso a servizi di maggiore qualità e beneficiare così dei vantaggi dell’Europa.

    È inoltre fondamentale che l’Europa avvii una strategia e investimenti comuni per essere all’avanguardia nella ricerca e nell’applicazione dell’intelligenza artificiale. Nel dopoguerra gli europei unirono le forze per fare ricerca su nucleare, e nacque il CERN. Oggi ci serve un centro sull’Intelligenza Artificiale e le sue applicazioni commerciali e non, che sono il futuro, perché l’intelligenza artificiale non sarà una rivoluzione meno importante del vapore o dell’elettricità. Stati Uniti e Cina l’hanno già capito. In Europa invece c’è una tale frammentazione che rischiamo di restare indietro. Solo unendo le forze gli Stati europei potranno generare investimenti sufficienti per attrarre le migliori menti e istituzioni attive in questo campo. L’Europa dovrà anche continuare ad essere guida nel mondo per la ricerca di un giusto equilibrio tra la tutela dei cittadini e dello stato di diritto democratico, la salvaguardia della concorrenza tramite soluzioni innovative di accesso ai dati, e la promozione dell’innovazione e della trasparenza nell’uso degli algoritmi.

  8. HO FIDUCIA IN TE

    Trasparenza e concorrenza per l’innovazione

    Il mercato unico europeo si fonda sulla fiducia. I consumatori devono avere la certezza che i prodotti che comprano rispettino gli standard di sicurezza, consumi energetici, e performance, qualunque sia la loro provenienza. Per fornire prodotti innovativi ai consumatori europei, le aziende devono poter competere in un mercato in condizioni paritarie, dove la concorrenza è garantita contro ogni forma di distorsione e rendita di posizione. Una più efficace sorveglianza del mercato deve riuscire a penalizzare quegli operatori (europei ed extraeuropei) che non osservano legislazioni e standard approvati dalle autorità di garanzia. Non ci interessa il protezionismo che crea clientele nostrane e sussidi a chi non innova e vive di rendite, mentre saremo in prima linea per difendere cittadini e imprese Italiani ed europei da chi produce senza rispetto dei diritti umani, dell’ambiente e della proprietà intellettuale.

  9. START UP DON’T CRY

    L’opportunità di nuotare in mare aperto

    L’Europa sconta un forte ritardo rispetto a Cina e Stati Uniti nella creazione di nuove imprese innovative e capaci di crescere rapidamente fino a diventare leader globali. In primo luogo le start-up europee, e soprattutto quelle italiane, scontano un minore flusso di investimenti, risultato anche di uno sbilanciamento del sistema finanziario verso strumenti di finanziamento a debito e garanzia piuttosto che tramite capitalizzazione. Soprattutto in Italia, questo ritardo va combattuto sempre più con il coinvolgimento nel mercato del venture capital di investitori istituzionali, come fondi pensioni e assicurazioni.

    L’ecosistema europeo delle start-up rimane tuttavia anche molto frammentato, sia in temini di mercato per i prodotti e servizi offerti dalle nuove aziende sia in termini di regolamentazioni e normative che impediscono agli attori più virtuosi (investitori, incubatori, università, etc.) di operare facilmente su scala europea. Sempre più start-up e imprese europee chiedono la creazione di uno spazio legislativo protetto – comune a più Paesi – in cui far crescere un ecosistema davvero integrato, con regole comuni su questioni attinenti a tassazione, mercato del lavoro, accesso ai capitali, procedure fallimentari, quotazione e stock options. Questo faciliterebbe gli scambi e le operazioni tra paesi diversi, permetterebbe sinergie continentali e aumenterebbe le possibilità di successo internazionali per le nostre migliori giovani iniziative, di business e non.

  10. COSA CI MANCA DAVVERO

    Tutta un’altra Pubblica Amministrazione

    Occorre trasformare la pubblica amministrazione da spauracchio per chiunque abbia voglia di intraprendere, o investire e darsi da fare, in volano per la modernizzazione del Paese, anche valorizzando le eccellenze già presenti nel sistema.

    Nel dopoguerra lo Stato – e in generale la funzione pubblica – fu in grado di attrarre una parte del personale qualificato dell’epoca, iniettando energie fresche e competenze nuove al servizio dei cittadini e delle politiche pubbliche. In seguito, gli italiani hanno iniziato ad accettare un compromesso al ribasso con la Pubblica Amministrazione, fatto di sfiducia reciproca, clientele, arretratezza dei servizi.

    Occorre dare una scossa al sistema promuovendo l’assunzione di migliaia di giovani altamente qualificati, distribuiti in tutti i rami dell’amministrazione e in ruoli di responsabilità, selezionati tramite criteri rigorosi e aperti a competenze ed esperienze diversificate, maturate anche nel settore privato e all’estero. Questa iniezione nella Pubblica Amministrazione avrà senso solo se a tutti questi giovani, e agli altri dirigenti pubblici, sarà data la possibilità di incidere e decidere, liberandoli dal timore di ricorsi, da pastoie burocratiche, dalla latente accusa di corruzione, e rendendoli pienamente responsabili del proprio operato e valutandoli per questo.

    Sono inoltre necessari nuovi criteri per gli appalti pubblici per trasformarli nella miccia di un circolo virtuoso che generi innovazione, inclusione sociale, cultura e sostenibilità ambientale. La spesa pubblica deve essere orientata non solo da criteri di spesa: la sola logica del prezzo più basso ha generato, nella maggior parte dei casi, un peggioramento del servizio e del prodotto offerto e nella peggiore delle ipotesi ha aperto la porta a raggiri e infiltrazioni malavitose. La domanda di beni e servizi pubblici deve stare sempre di più alla frontiera dell’innovazione e non più privilegiare soluzioni al massimo ribasso ormai vecchie, spesso con scarsa sostenibilità di lungo periodo. Lo Stato deve essere in grado di intercettare il meglio dell’innovazione che si genera nella società.

    I servizi pubblici vanno disegnati da capo, ripensandoli e ristrutturandoli partendo dalle necessità dei cittadini e con l’obiettivo di garantire anche un’interazione semplice e dialogante tra cittadini e uffici pubblici. Tutto questo è possibile oggi, nell’era in cui sempre più servizi privati di qualità sono a portata di smartphone. Lavorare per e lavorare con la pubblica amministrazione dovrà diventare un motivo d’orgoglio.

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