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L’emozione di crescere insieme

Equità – Redistribuzione – Mobilità sociale L’emozione di crescere insieme

L’emozione di crescere insieme
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Prendersi cura delle persone, ricostruire comunità, dare strumenti per tornare a sognare

Gli europei hanno paura del futuro. La maggior parte dei Paesi dell’Unione europea è alle prese con un aumento della concentrazione della ricchezza e una ridotta mobilità sociale, e guarda con incertezza a un futuro fatto di sfide demografiche, ambientali e geopolitiche. La scarsa crescita economica degli ultimi anni ha alimentato queste ansie e acuito i problemi, mentre molti Paesi europei sono stati costretti a tagliare investimenti e spesa sociale per far fronte alla crisi finanziaria.

In Italia questa crisi finanziaria, in relazione anche agli squilibri dei nostri conti pubblici e ingigantita dalla sfiducia del mercati sull’irreversibilità dell’euro, si è abbattuta su un Paese reduce da troppi anni di erosione della competitività economica, di redditi stagnanti, di rendite, di tassazione elevata ma inefficiente nel fornire servizi pubblici e sostegno a chi ne ha più bisogno, soprattutto in alcune aree del Paese, e di stagioni di riforme che hanno prodotto complessivamente cambiamenti e aggiustamenti “troppo piccoli” e arrivati “troppo tardi”.

Proprio in quegli anni in cui si creava l’euro e ci si allargava ad economie con un livello di sviluppo significativamente diverso, si sarebbe dovuto agire a livello sia europeo sia nazionale per far fronte alla crescente paura e scetticismo degli europei. Si sarebbe dovuta integrare l’unione economica, monetaria e finanziaria con quella sociale, fiscale e politica. Questo avrebbe voluto dire anzitutto procedere a una revisione radicale su scala europea del sistema di regolamentazione del lavoro e delle tutele dei lavoratori, nonché della tassazione a carico delle imprese. I singoli governi avrebbero dovuto farsi carico di riformare il proprio Paese con uno sguardo anche agli equilibri europei, cercando un modello comune di competitività e inclusione sociale.

In Italia, tutto ciò si è sommato ai problemi cronici del nostro Paese: una fiscalità che redistribuisce poco e male, un sistema previdenziale troppo squilibrato e scaricato sulle generazioni più giovani, le troppe inscalfibili posizioni di rendita e l’incapacità di innovare a cui si è risposto con la corsa al precariato e alla diminuzione del costo del lavoro per riuscire a competere.

Si è sommato soprattutto a troppi anni di investimenti insufficienti in istruzione e all’incapacità del sistema educativo di mettere tutti nelle condizioni di giocarsela alla pari, intervenendo sin dai primi anni di vita dei bambini e accompagnando i ragazzi nella scoperta del mondo, fornendo loro strumenti per essere cittadini responsabili, lavoratori, creatori a loro volta di lavoro e opportunità.

Per affrontare queste sfide noi di Contare di+ vogliamo che +Europa si concentri su:

  1. IL FUTURO PRIMA DEI 6 ANNI

    Siamo tutti responsabili della loro crescita

    Tra le priorità che +Europa deve portare avanti c’è quella dell’aumento degli investimenti nella scolarizzazione infantile e più in generale nella cura del benessere dei bambini più piccoli. Gli anni tra 0 e 6 sono quelli fondamentali sia per lo sviluppo della capacità di apprendere sia per la salute futura.

    Le famiglie, e soprattutto le donne, non possono essere lasciate sole e dovrebbero anzi trovare negli asili e nelle scuole figure specializzate ed esperte dell’età evolutiva in grado di accompagnarle. Lo sviluppo delle capacità cognitive e sociali dei bambini dipendono molto dalla possibilità di accedere ad asili nido e scuole d’infanzia di qualità. Deve essere un diritto a disposizione di tutte le famiglie, per il bene dei bambini e per la possibilità dei genitori – soprattutto le mamme – di conciliare la vita professionale e quella famigliare, e perché è in quegli anni che ci “giochiamo la partita”. Servono su questo più investimenti pubblici, e vanno al contempo sostenute soluzioni di welfare aziendale volte a fornire questo tipo di servizi ai lavoratori. Gli asili devono essere spazi belli e adeguati a standard architettonici di sicurezza ma anche di qualità e vivibilità, dove i bimbi possano sentirsi bene e a proprio agio. Devono essere messi in rete con gli altri presídi di cultura sul territorio, per esempio con le biblioteche per assicurarsi che tutti siano educati alla lettura sin dai primissimi anni di vita. Devono avere mezzi e competenze per introdurre i bambini sin dalla primissima infanzia alla programmazione informatica e alle lingue straniere.

    Una migliore assistenza e un investimento significativo nell’età pre-scolare sarebbe importante anche per prevenire problemi di salute, come ad esempio l’obesità infantile, la cui incidenza negli ultimi anni è aumentata vertiginosamente in Italia, soprattutto al Sud e tra le famiglie meno agiate, ed è oggi tra le più alte d’Europa.

  2. L’OPPORTUNITÀ DI DIVENTARE CHI SIAMO

    Orientamento e mobilità perché funzioni l’ascensore sociale

    La scuola deve essere un ascensore sociale. Una scuola di qualità è una scuola capace di valorizzare i talenti di ogni individuo e prepararlo ad un futuro di cittadino responsabile e lavoratore qualificato. Ancora oggi i risultati scolastici dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze dipendono troppo dall’ambiente in cui sono nati e cresciuti, soprattutto l’estrazione sociale e la provenienza geografica. È necessaria una scuola che aiuti la nostra società a superare queste differenze e a dare a tutti un’opportunità vera. Questa scuola deve essere costruita su insegnanti preparati e motivati. Dobbiamo formare “in corsa” migliaia di insegnanti, ridare loro la gioia anche dell’apprendimento secondo formule ben diverse dalle pratiche di aggiornamento professionale. E dobbiamo attrarre i giovani migliori nel mondo della scuola. Quello dell’insegnante deve tornare ad essere un mestiere ambito dai giovani laureati.

    Il mondo sta cambiando a velocità sempre maggiore e avere la capacità di orientarsi tra professioni e opportunità sempre meno canoniche è un vantaggio che non può restare appannaggio di pochi. Sono necessari nelle scuole percorsi e figure che affianchino studenti e famiglie nelle scelte fondamentali che influenzeranno la vita di ragazze e ragazzi. Il confronto con coloro che sono già nel mondo del lavoro o che hanno avviato una propria attività è fondamentale per dare un quadro completo e reale delle alternative che si aprono agli studenti, e dovrebbe essere tra le priorità delle scuole superiori. Sbagliare percorso porta ad abbandonare anticipatamente la scuola o l’università, o a non riuscire comunque a trovare un lavoro dopo gli studi. L’abbandono scolastico è ancora una piaga troppo grande, soprattutto tra i ragazzi e soprattutto al Sud, e rischia di escludere permanentemente dal mercato del lavoro gruppi di giovani. Purtroppo sono spesso i ragazzi che provengono da background più fragili. Dobbiamo accompagnarli e rendere i percorsi scolastici meno rigidi per permettere agli studenti di esplorare, sbagliare e tornare sui propri passi se necessario.

    L’internazionalizzazione dell’economia ha aumentato ulteriormente la disparità di accesso alle opportunità del mercato del lavoro. È aumentato l’insegnamento delle lingue straniere a scuola ma la qualità dei risultati raggiunti rimane bassa. Le esperienze di formazione all’estero sono l’unico modo per dare ai nostri studenti un orizzonte europeo come cittadini e come lavoratori. Bisogna  allargare maggiormente queste esperienze, dando l’opportunità dell’Erasmus a tutti gli studenti universitari, facendo fare una esperienza formativa simile e professionalizzante ai ragazzi che non vanno all’università e prevedendo una formula equivalente per gli studenti del penultimo anno di scuola e per i docenti. Servono centinaia di migliaia di borse di studio di entità adeguata. È un investimento serio che dobbiamo fare, che richiede risorse ingenti. Comunque non più significative di quelle appostate dal Governo nell’ultima legge di bilancio per altre priorità.

  3. IMPARARE A SOGNARE

    Una scuola fatta su misura

    L’innovazione tecnologica ci permette sempre più di pensare metodi alternativi di insegnamento, che mettano al centro studenti e studentesse e permettano di creare percorsi di apprendimento che puntino sui diversi talenti e affrontino le diverse debolezze. È oggi possibile monitorare in maniera sempre più dettagliata il percorso di apprendimento di ogni studente e la tecnologia può aiutare anche a creare esperienze di insegnamento diverse nell’ambito di una stessa classe, che rispondano ai bisogni di apprendimento e alle capacità di ogni singolo studente, diverse da quelle di qualsiasi altro della sua stessa classe. Non lasciare nessuno indietro senza rinunciare alla qualità dell’insegnamento richiede ad esempio di spendere più ore a insegnare italiano a chi ha difficoltà in italiano, e più ore a insegnare matematica a coloro che hanno più difficoltà in matematica. Ugualmente, significa dare agli insegnanti mezzi e strumenti per aggiornarsi e formarsi; creando un sistema che incoraggi anche i docenti a formarsi continuamente, premiando quelli che più riescono a fornire a tutti gli studenti una formazione solida e al passo con i tempi.

    Dobbiamo ripensare anche l’intero ciclo di studi. La scuola secondaria di primo grado (“scuola media”) è l'anello debole del nostro sistema scolastico e va ripensata per farne la parte più avanzata del ciclo di istruzione dei ragazzi, nel periodo di vita più delicato per la loro formazione e maturazione.

  4. MAI PIÙ LAVORATORI POVERI ED INVISIBILI

    Un salario minimo per tutti

    Le statistiche indicano che una percentuale sempre più alta dei lavoratori italiani ha un reddito talmente basso da continuare a vivere in uno stato di povertà nonostante la propria occupazione. Questo accade in particolar modo tra i lavoratori delle micro-imprese, al Sud o nelle grandi città dove il costo della vita è molto alto. Tra questi, vi sono molti lavoratori “invisibili”, coperti da contratti “pirata”, esclusi dalle tutele fornite dallo Statuto dei Lavoratori, o peggio mascherati in finto volontariato o finti stage. Sono “invisibili” anche molti lavoratori autonomi cui viene chiesto di fornire prestazioni a titolo gratuito o che semplicemente non vengono pagati per il lavoro svolto; che vengono obbligati ad aprire una partita IVA per risparmiare sulle tutele cui avrebbe diritto un lavoratore dipendente; che non hanno ereditato una professione e sono costretti a una gavetta perenne. Contrastare questo fenomeno richiede più misure, e di vario tipo.

    Noi vogliamo partire dall’introduzione di un salario minimo orario accompagnato dall’estensione dell’applicazione per legge dei contratti collettivi nazionali a tutti i lavoratori dipendenti. Ci sarà un salario minimo, differenziato da quello generale, anche per stagisti, tirocinanti e praticanti, anche all’interno delle professioni. La natura dei contratti collettivi applicabili automaticamente a tutti i lavoratori dovrà diventare meno rigida rispetto alla prassi attuale e fornire un quadro all’interno del quale viene lasciato sufficiente spazio per aggiustamenti in termini di organizzazione e retribuzione del lavoro ad ogni azienda. La combinazione di queste riforme garantirebbe un nuovo e più virtuoso equilibrio tra la necessità di tutela dei lavoratori e di adattamento delle relazioni industriale al contesto specifico di ogni azienda.

    Vogliamo inoltre creare incentivi più forti all’emersione del lavoro nero e aumentare la lotta a forme di vero e proprio sfruttamento organizzato. Vogliamo attuare meccanismi stringenti che assicurino sempre il pagamento dei servizi forniti da lavoratori autonomi – soprattutto quando il committente è un’autorità pubblica – e continuare a lavorare per una maggiore trasparenza e concorrenza nelle prestazioni svolte dai professionisti.  

  5. CHI PAGA

    Una tassazione più equa

    Il sistema fiscale italiano preleva una parte sproporzionatamente alta delle proprie risorse dal reddito dei lavoratori, soprattutto tramite IRPEF e contributi previdenziali. I margini di manovra su questi ultimi sono limitati a causa dei diritti già acquisiti dagli attuali pensionati, ma è possibile procedere a una rimodulazione della tassazione IRPEF che persegua al tempo stesso maggiore progressività e più semplicità. Nel lungo periodo, la quota di prelievo fiscale proveniente dal reddito dei lavoratori dovrebbe diminuire grazie all’aumento di altre entrate derivanti soprattutto dal contrasto all’evasione, dall’eliminazione di sussidi distorsivi o dannosi per l’ambiente, e dalla tassazione di rendite e investimenti improduttivi. Nell’immediato, è possibile sfoltire la giungla di detrazione e deduzioni partendo soprattutto da quelle che nei fatti beneficiano maggiormente i contribuenti più ricchi, eliminare i regimi di tassazione agevolata per le rendite finanziarie e immobiliari, e procedere ad un aumento significativo del reddito minimo non soggetto a tassazione (cosiddetta “no tax area”) e rimodulazione delle aliquote. Il fine ultimo dovrà essere una minore tassazione complessiva del reddito da lavoro e una maggiore progressività dell’imposta.
    Contemporaneamente, è necessario puntare a un’ulteriore diminuzione degli oneri a carico dei datori di lavoro puntando su una maggiore efficienza dei numerosi fondi, casse ed enti terzi che, sommati, costituiscono una parte significativa dei maggiori costi affrontati dai datori di lavoro, in alcuni casi con benefici limitati per le imprese stesse o i lavoratori. Non sempre è necessaria la presenza di organismi centralizzati a contribuzione obbligatoria per garantire tutele e servizi a lavoratori e imprese, e al contrario può essere spesso preferibile un sistema più decentralizzato - ma sottoposto a sorveglianza ed apposite garanzie - che meglio risponde alle diverse necessità dei diretti interessati.

  6. STATI UNITI D’EUROPA AL LAVORO!

    Diritti comuni per tutti i lavoratori europei

    Serve creare un vero e proprio diritto del lavoro europeo, con tutele e diritti comuni per tutti i lavoratori dell’Unione. Il mercato del lavoro europeo è ancora troppo segmentato, con regole molto diverse e poca mobilità tra Paesi. Qualcosa si è mosso su questo fronte negli ultimi anni ma occorre andare oltre l’enunciazione di principi e tutele minimi, con l’obiettivo di arrivare a uno Statuto Europeo dei Lavoratori che sostituisca progressivamente quelli nazionali.

    Per i lavoratori dipendenti, ciò può essere attuato attraverso norme comuni e contratti di lavoro quadro negoziati a livello europeo e validi per ogni singolo lavoratore. Questi contratti devono contenere dei salari minimi orari differenziati su base nazionale (o sub-nazionale), fissare degli standard di tutele comuni e imprescindibili per quanto riguarda condizioni di lavoro, protezione sociale e rappresentanza, e lasciare sufficiente margine di adattamento alle parti sociali a livello locale (nazionale, sub-nazionale e di azienda). Questo dovrebbe auspicabilmente portare anche all’emergere di una rappresentanza dei lavoratori a livello realmente europeo, che si faccia carico anche di valutare le misure prese da ogni singolo governo e di mediare tra interessi diversi, eliminando di fatto le delocalizzazioni guidate dal dumping sociale e opponendosi ad una corsa al ribasso sui diritti del lavoro. Questo permetterebbe inoltre di migliorare le relazioni industriali a livello europeo grazie all’apporto di una conoscenza diretta della realtà del lavoro e delle imprese, e veicolando opportunità e buone pratiche di formazione dei lavoratori su scala europea.

    Parallelamente occorrerà concentrarsi sulla crescente parte di lavoratori autonomi e atipici presenti in tutta Europa. Queste persone non sempre dispongono di una corretta copertura della sicurezza sociale e quindi non godono di un’assicurazione contro la disoccupazione o di accesso ai diritti pensionistici. Partendo dalle misure proposte nel pilastro europeo dei diritti sociali, è necessario che l’Europa lavori per colmare le lacune a livello nazionale e promuova un quadro legislativo europeo per l’accesso anche di questi lavoratori alla protezione sociale, per un migliore equilibrio tra attività professionale e vita familiare, standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza.

    Tutto questo sarà essenziale per far innamorare i cittadini europei di un nuovo progetto europeo. Perché in tanti desiderino gli Stati Uniti d’Europa.

  7. L’INPS EUROPEO

    Insieme ci proteggiamo meglio

    I cittadini europei devono poter contare su un sistema di previdenza sociale comune, che assicuri a tutti la stessa protezione contro disoccupazione, malattia o infortunio e stesse condizioni di pensionamento.

    Vogliamo che +Europa continui a chiedere con forza l’istituzione di un sistema assicurativo unico contro la disoccupazione e le altre cause di riduzione del reddito, cui contribuiranno direttamente tutti i lavoratori europei e da cui essi beneficeranno in caso di uscita temporanea dal mercato del lavoro.

    Sul fronte pensionistico, l’Unione Europea prevede regole comuni per tutelare i diritti previdenziali dei cittadini che si spostano all'interno dell'Europa. Il coordinamento dei regimi di sicurezza sociale però finora non si è curato di rendere questi regimi più omogenei anche per coloro che restano all’interno di uno stesso Paese, creando un sistema complesso e lasciando spazio a fenomeni di arbitraggio tra Paesi. Serve invece un sistema previdenziale che raccolga contributi dai lavoratori a livello paneuropeo ed eroghi prestazioni pensionistiche. Il nuovo sistema dovrebbe seguire i migliori esempi internazionali di compartecipazione tra pubblico e privato. La previdenza pensionistica sarà garantita da pensioni di base con criteri di contribuzione ed elargizione comuni (eventualmente integrati da ogni singolo lavoratore e azienda) e prodotti di pensione integrativa paneuropei. I nuovi lavoratori passeranno da subito al sistema paneuropeo mentre per i lavoratori attuali e i sistemi nazionali dovrà essere previsto un regime transitorio che includa sistemi di compensazione per assicurarne la stabilità finanziaria.

  8. NIENTE PIÙ PARADISI FISCALI ALL’INTERNO DELL’UNIONE EUROPEA

    Tassazione minima per le multinazionali

    Un mercato unico che possa veramente chiamarsi tale richiede un sistema europeo di tassazione, al doppio fine di favorire la creazione di gruppi imprenditoriali propriamente europei e di combattere ogni rischio di arbitraggio fiscale. Il primo passo dovrà essere una tassazione minima delle aziende uguale per tutti i Paesi – che ciascun governo nazionale potrà poi aumentare all’interno dei propri confini sulla base della propria politica fiscale. Questa aliquota minima dovrà essere combinata con un sistema di ripartizione del gettito fiscale comune – generato dalla tassazione sulle multinazionali al di sopra di una certa dimensione – che destini una parte delle tasse raccolte alla costituzione di un budget federale europeo da redistribuire investendo in tutta Europa secondo un principio di sussidiarietà.

    Questa misura sarebbe la prima pietra, la più urgente, su cui costruire una vera unione fiscale. Solo con un percorso di questo tipo – fino alla creazione di un Ministero delle Finanze Europeo ed alla parziale, progressiva condivisione di bilanci e debiti nazionali – potremo combattere le diseguaglianze economiche e sociali tra i cittadini dell'Unione europea.

  9. CE LO CHIEDONO I RISPARMIATORI

    Verso una completa Unione Bancaria Europea

    L’eurozona, così com’è, è incompleta e presenta degli squilibri strutturali non più sostenibili, soprattutto nel sistema bancario e nel mercato dei capitali. È necessario riprendere il processo di integrazione economica e finanziaria per creare ulteriori opportunità, sfruttare maggiori sinergie e soprattutto assicurare una stabilità sociale in Europa.  Nonostante le continue dichiarazioni di intenti e l’accordo raggiunto in concomitanza con la firma del Fiscal Compact, una vera Unione Bancaria all’interno dell’eurozona resta una chimera, in assenza di un meccanismo comune di garanzia dei depositi di tutte le banche e i risparmiatori europei.

    Questo impedisce di proteggere tutti i depositanti allo stesso modo e di fatto crea incentivi a spostare i risparmi verso i Paesi europei più sicuri e competitivi. Allo stato attuale infatti, nel caso di una crisi bancaria sistemica in uno degli Stati membri, le autorità nazionali potrebbero non essere in grado di tenere fede alle garanzie formalmente date sui depositi dei risparmiatori. Lo spostamento di risparmi verso i Paesi percepiti come più virtuosi facilita a sua volta il credito alle imprese di questi ultimi e innesca così un circolo vizioso di divergenza economica all’interno dell’eurozona. Un’unione bancaria completamente funzionante è la pietra angolare per un mercato di capitali pienamente equo ed integrato.

  10. LA RICCHEZZA PRODOTTA DAI ROBOT

    Un fisco europeo nell’era dell’automazione

    Automazione e dematerializzazione dell’economia sono fenomeni globali e abbiamo bisogno di una politica fiscale europea per affrontare gli squilibri causati da questi fenomeni, che rischiano di rafforzare il trend storico già in corso di accumulazione di capitali non reinvestiti da parte del settore privato, aumento delle disuguaglianze e crescente finanziarizzazione dell’economia. Un fisco europeo all’altezza dei nostri tempi deve prevedere la determinazione di parte della tassazione sulla base anche dei ricavi (ci sono grandi colossi multinazionali con società in Europa che vengono “svuotate” per non lasciare utili) e non solo dei profitti, una riforma della tassazione sulle rendite finanziarie, l’introduzione di un principio di progressività nella tassazione anche delle aziende, sulla base dei loro margini di profitto. Questo spingerà il settore privato a re-investire maggiormente i profitti in attività reali, incluse quelle di ricerca e formazione.

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